Dettagli su 2 nuove canzoni: intervista a The Edge (U2Exit.com)
Non avete ancora finito?
Non ancora: ecco perché siamo qui.
Perché finirlo a Londra?
Meglio uscire da ambienti familiari quando cerchi una prospettiva differente, è meglio fuggire dalle comodità.
Se foste rimasti a Dublino, avreste prodotto altro materiale invece di concludere il lavoro su quello presente?
Forse… comunque è sempre importante il giusto mix. Il nostro studio di Dublino ha la sua bella storia ma non è il massimo per il mixaggio ed è per quello che mixiamo sempre in uno studio appropriato.
L’albium si chiamerà “No Line On The Horizon“, o è una pista falsa?
Non è ancora il titolo definitivo, ma solo quello di lavorazione.
E cosa diavolo significa?
È un’immagine. Bono mi dice che è un’immagine [ride]. È come muoversi in avanti ma senza sapere verso dove, è il momento in cui il cielo e il mare si fondono. È un’immagine di infinito… credo che sia una specie di immagine Zen.
È una metafora sul vostro modo di incidere? No deadline on the horizon?
(N.d.T. - Gioco di parole in cui “deadline” = “data finale”)
[Ride] Touché! Ne stavamo giusto parlando tra di noi. Il nostro processo lavorativo verte sul consentire all’ispirazione di giungere in qualsiasi momento, perciò non è finito finché il disco non è nei negozi. Gli album degli U2 non sono mai “finiti”: sono semplicemente “pubblicati”.
Pensi che questo possa essere utile? Usate materiale che ha origini lontane nel tempo, ma è ancora “contemporaneo” quando lo ultimate?
Penso di sì. I titoli, i testi, le linee melodiche possono cambiare fino all’ultimo. I nostri dischi dimostrano che i concetti vengono fissati sempre nelle ultime settimane. Possiamo impiegare molto tempo a fisare le basi musicali del disco, ma da lì in avanti cambiano un sacco di cose. Come noto, Chris Blackwood ci raggiunse durante “Achtung Baby“ e a una settimana dalla fine del suo periodo, disse: “Non c’è verso che riusciate a finirlo: torno tra un mesetto e vediamo a che punto siete”. Beh, finimmo nel week-end in cui lui andò via! Ti sembra di non andare da nessuna parte e poi all’improvviso tutto si muove e tutto va al posto giusto. Credo che l’ispirazione sia fondamentale per noi, non è artefatta. Quando si avvicina la fine, raggiungiamo un livello di creatività più elevato e saltano fuori un sacco di idee fantastiche.
Cos’è rimasto del materiale della prime sessioni con Rick Rubin [settembre 2006]?
Nulla: senza rispetto per Rick e per quel materiale, lo abbiamo messo da parte: nulla di quel materiale entrerà nel progetto e tutto è stato composto successivamente.
Quel materiale non vi piaceva?
C’erano alcune idee fantastiche che un giorno vedranno la luce. Non avevamo ancora le idee chiare sul disco; poi abbiamo chiamato Brian [Eno] e Danny [Lanois] per afre un esperimento e improvvisamente sono saltate fuori tutte queste idee… E abbiamo pensato: “Ok, questo è veramente il nostro punto più alto lavorando con loro due, e poi un giorno torneremo sul materiale di Rick.
Quel materiale era insolito per gli U2? Lui è un produttore geniale, vero?
Rick è una persona intelligente e ama la musica. Ci ha dato moltissimi consigli. La sua idea è che nojn bisogna andare in studio finché non si sa esattamente cosa si vuole… il che è ovviamente l’opposto di ciò che facciamo noi. Tuttavia con lui abbiamo lavorato secondo il suo metodo e rimango convinto che sia un metodo approcciabile. Mi ricorda di come lavorammo a “Boy”: andammo in studio avendo già tutti i pezzi pronti e, anche se mancavano alcuni testi, avevamo tutti gli arrangiamenti pronti a essere incisi. Avremmo potuto finirlo in un giorno e i brani erano davvero “completi” perché sapevamo esattamente com’erano le melodie. Ci sono inconvenienti nel nostro modus operandi attuale. Penso al povero Larry: suona la batteria per un pezzo “X” e poi a un certo punto gettiamo la canzone nel cestino ma conserviamo la linea della batteria e ci incidiamo sopra un’altra canzone, Talvolta, invece, sostituiamo la sua batteria alla fine perché non si armonizza con la voce, mentre con l’approccio di Rick non succede: tu prendi una decisione all’inizio, nel bene o nel male.
Come descriveresti la personalità del nuovo album?
È un disco composto da due metà: una è composta da brani delle sessioni con Brian e Danny, e sono canzoni pronte già alla prima o seconda versione. L’altra invece è materiale su cui abbiamo lavorato a lungo, nel solito ciclo di reincarnazione: è un album degli U2 ma suona diversamente da tutto ciò che abbiamo già creato e non suona affatto come una cosa che sta avvenendo ora.
Ci puoi parlare di qualche brano in particolare?
C’è una canzone chiamata “MOMENT OF SURRENDER” che è lunga 7′ 30″. Brian ci ha suggerito alcuni accordi: abbiamo apportato i soliti cambiamenti e ci è piaciuta subito la sua potenza. Poi è intrevnuto Adam con un’incredibile parte di basso e Bono aveva un paio di testi in mente. È fantastico quando una canzone nasce così: non hai nemmeno il tempo di pensare. Non riesco a descriverla, è una roba da 21° secolo. Una canzone moltto bella, ritmica fantastica, testo eccezionale e [ride] una chitarra della madonna!
Qualcos’altro?
C’è un altro pezzo registrato a Fez: stesso tipo di situazione… stavamo radunando le idee ed è saltata fuori questa canzone. Sembra essere la preferita da tutti: si chiama “UNKNOWN CALLER”.
Si sente l’influenza di Fez?
Abbastanza: un paio di brani sono stati registrati lì. Un giorno si unirono anche alcuni percussionisti locali ma non credo che il loro intervento finisca sul disco. “Unknown Caller” è stata registrata in un riad [tipica palazzina araba] che ha un atrio enorme a cielo aperto ed è proprio lì che è stata registrata: le rondini volteggiavano su di noi e nidificavano nell’atrio ed è possibile sentirle all’inizio del brano, conferendogli un’atmosfera davvero unica. Un po’ come accadde per “Achtung Baby” che aveva un “tocco” tedesco, qui abbiamo un “sapore” marocchino.
Lanois ha parlato di disco “innovativo”. Dopo tutti questi anni insieme alle stesse persone, gli U2 riescono ancora a uscire dai propri confini?
Lavorare con loro è fantastico: con lui è sempre tutto nuovo e la band non si attiva finché non sente di essere in un territorio inesplorato. Non vogliamo nessun altro per lavorare in questo modo: Brian e Danny sono una grande fonte d’ispirazione e riescono sempre a farci spostare in là i nostri limiti compositivi.
Il vostro rapporto gruppo/produttore è più lungo e proficuo di qualsiasi altra band al mondo: è vero che stavolta hanno anche composto insieme a voi?
Abbiamo deciso di offrire loro quest’opportunità e vedere dove si poteva arrivare, ed è andata alla grande. Sono stati lusingati dell’offerta e questo gli ha dato molta fiducia, perciò quelle sessioni avevano una grande atmosfera: tutti erano carichi e la produzione è stata fantastica. Questo non significa che la vena U2 si è esaurita: Bono e io abbiamo composto la maggior parte dei testi, ma quelle sessioni hanno mostrato la via che l’album doveva seguire, e non l’avremmo mai trovata se non avessimo chiesto a loro due di comporre qualcosa.
Che differenza c’è dagli ultimi due album che erano molto rock?
Stavolta abbiam voluto provare qualcosa di diverso, senza sapere davvero da che parte andare: volevamo solo seguire il flusso compositivo. Perciò, all’inizio suonavamo insieme per il piacere di farlo, senza pensare all’impellenza di produrre un nuovo album, seguendo semplicemente il nostro istinto.
Di cosa parlano i testi di Bono in questo periodo?
Nelle canzoni, ci sono personaggi in terza persona molto interessanti e Bono ka l’opportunità di esplorare nuove prospettive nella composizione dei testi. Gli ultimi due album erano molto autoreferenziali, mentre in questo lui spazia molto di più: i testi sono sempre molto personali, ma nascono dalla sua esperienza e dalla sua prospettiva e si dipanano con maggiore libertà.
Le sue lezioni di piano sono servite?
Certo! Ha prodotto molto materiale da solo e si sente in svariati progetti che stiamo portando avanti. Siamo ancora in una fase di apprendimento, sviluppo e cambiamento e per me è fantastico vedere Bono esprimere idee musicali così potenti.
In ogni disco, c’è una nuova tecnologia di cui ti innamori e che applichi subito: mi viene in mente l’Infinite Guitar di “Where The Streets Have No Name”. Stavolta, abbiamo invece il pedale Death By Audio…
È una distorsione tipica del 21° secolo: la chitarra è uno strumento molto versatile, ma è molto facile infilarsi in un vicolo cieco durante la sperimentazione sonora. Adoro tutto ciò che le conferisce una dufferente personalità e credo che questo set di pedali abbia un “colore” davvero unico. Uso il “Supersonic Fuzz Gun” di Death By Audio in “No Line On The Horizon” e in un altro paio di brani. È stato Ben Curtis a farmelo conoscere: lui è uno dei fratelli Curtis di Secret Machine: ora ha una nuova band chiamata School Of Seven Bells che è molto interessante.
Quanto manca alla fine?
Troppo, come sempre, ma ce la faremo. Stavolta non stiamo cazzeggiando!


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