Bono rievoca Frank Sinatra (First)
Nel numero di marzo di First (mensile di Panorama), Bono rievoca la figura di Frank Sinatra.
C’era una volta, un paio di settimane fa…
Sono in mezzo alla folla, in un pub di Dublino, a mezzanotte e dintorni della sera di Capodanno. Bicchieri che tintinnano l’uno contro l’altro, risuonano, si infrangono in una tipica atmosfera da bisboccia gaelica: porte a vento, innamorati chiamati a raccolta dai doni di stagione e pronti a rompere le righe, ostilità familiari inserite in categorie più ampie o riassunte. Allegria al malto e disperazione allo zenzero in fila per essere servite - un marchio di qualità da un quarto di millennio a questa parte, da quando Arthur Guinness è riuscito a spillare questo nero vellutato in una pinta di birra.
Atmosfera interessante. La nuova moneta irlandese è stata lanciata sul tavolo da gioco, e ha perso. La Tigre Celtica si aggira con la coda tra le gambe, mentre costruttori e banchieri ridono fragorosamente e a disagio quando si parla dell’anno passato, e deglutiscono fragorosamente e a disagio quando si rpensa a quello futuro. Ma una voce che proviene dagli altoparlanti ci scuote all’improvviso, trascinandoci fuori da questo momento: è Frank Sinatra che canta “My Way”. Un inno al concetto stesso di sfida, e tutti i presenti cantano in coro, per una valanga di ragioni. Rimango colpito dall’unica caratteristica assente nella voce di Sinatra: il sentimentalismo.
Questa voce, aggrovigliata e compatta come un pugno. vuole forse essere una traccia, un indizio per l’anno che ci aspetta? Nella nebbia di incertezze che avvolge la vostra vita lavorativa, la vostra vita sentimentale, la vostra vita, come mai la voce di Frank risuona come una sirena, un richiamo - con una tale sicurezza in questi tempi agitati, che vi permette di indulgere a un tocco di romanticismo, ma è anche capace. se vi siete lasciati trascinare un po’ troppo dalle emozioni, di rovesciarvi di colpo quel bicchiere di rosee e fiduciose visioni da sotto il naso.
Un richiamo alla credibilità
Una voce che dice: «Non mentirmi adesso».
Che dice: «Baby, se c’è qualcos’altro. dimmelo ora».
Semplicemente fantastica, ma che non racconta fantasie. Una sincerità che vi sprona a tenervi il cappello ben calcato sulla testa.
Mentre l’anno scivola via (e assieme a lui molti amanti di baldorie e caroselli), l’emozione dominante in questa stanza sembra un incontro di pugilato tra paura e speranza, tra aspettative e trepidazione. Dovunque siate finiti, questa voce vi prende per mano.
Sono appena tornato nella mia casa di Dublino, intento a stappare una bottiglia di vino buono, ma già pronto a sentirne il sapore acre in bocca, tipico delle occasioni in cui familiari e amici si lasciano prendere un po’ troppo la mano, il che è esattamente quello che sto per fare. Di ritorno dalla cantina, sollevo lo sguardo per trovarmi di fronte a una visione in giallo: un dipinto che Frank mi mandò dopo che ebbi cantato assieme a lui “I’ve Got You Under My Skin“, nell’album Duets, del 1993. Un suo quadro. Una folle tela gialla, un violento turbine di cerchi concentrici su una pianura deserta. Francis Albert Sinatra, pittore, modernista.
Avevamo passato un pci di tempo assieme nella sua villa di Palm Springs, una roba pazzesca: a perdita d’occhio, solamente colline e il deserto, nessuna traccia di percalle per miglia. Sì, miglia e miglia, miles and miles, ma comunque. in ogni caso, Miles Davis. E un sacco di chiacchierate sul jazz. È stato allora che Frank mi ha mostrato questo quadro.
Ho pensato che quei cerchi erano come il diametro di un corno, il suono di una tromba. Gliel’ho detto.
«Questo dipinto s’intitola Jazz. E tuo, se vuoi».
Avevo sentito che, tra gli altri, a influenzare maggiormente Miles Davis era stato proprio lui, Sinatra. Gliel’ho detto.
Alcune delle sue risposte concise che vanno dritte al punto:
«Di solito non passo molto tempo con uomini che portano l’orecchino».
«Miles Davis non ha mai sprecato una nota, ragazzo - o una parola di troppo su un idiota».
«Il jazz ha a che fare col momento in cui ti trovi. L’essere moderni non riguarda il futuro, ma il presente».
Penso a tutto questo, adesso, all’inizio di questo nuovo anno. ll Big Bang della pop music mi ricorda che tutto ha a che fare col momento, una tela fresca e veloce su cui non bisogna lavorare più di tanto. Mi chiedo cos’avrebbe pensato Frank del tempo che ho passato assieme alla mia band per finire gli album, lui con la sua famosa insofferenza nei confronti di produttori e direttori artistici - di chiunque, a dire il vero - troppo affaccendati a bazzicare nei paraggi. Vivere appieno quel minuscolo puntino di tempo dopo che si è premuto il pulsante RECORD è ciò che lo rende eterno. Se, come Frank, canti una canzone come se non potessi cantarla mai più. Se, come Frank, canti una canzone come non hai mai fatto prima. Se.
Se volete sentire la voce meno sentimentale della storia della musica pop, nelle sue ultime battute da fuoriclasse. tuttavia - shhhh - dovete trovare la versione di Frank dell’ode all’insonnia, “One for My Baby (and One More for the Road)”, nascosta in Duets. Ascoltate tutto l’album fino alla fine e sentirete questo grande crollare mentre singhiozza «It’s a long, long road» sulla melodia. Non vi sto prendendo in giro.
Come è stato per Bob Dylan, per Nina Simone e per Pavarotti, anche la voce di Sinatra è migliorata con l’età, dopo anni passati a fermentare in botti di quercia piene di crepe e impregnate di whisky. In quanto comunicatore. trovare le note giuste è solo una parte della storia, naturalmente.
I cantanti, molto più degli altri musicisti, dipendono unicamente da ciò che conoscono - inteso come opposto a ciò che non conoscono. Sebbene in questo si annidi un pericolo non da poco - la perdità di quel lato naif, per esempio, che conserva una certa potenza - è anche vero che le capacità interpretative non possono che migliorare se vengono nutrite da una vita di abusi.
Volete un esempio? Eccovi un esempio. Prendete le due versioni di “My Way” registrate da Frank Sinatra.
La prima fu registrata nel 1969, quando Mr. Chairman of the Board, il “Megapresidente”, disse a Paul Anka, autore della canzone: «Basta, mollo tutto. Ne ho piene le scatole. Voglio solo tagliare la corda». In questa chiave di lettura, la canzone è soprattutto una spacconata - più voglia di dare il benservito che non un commiato: incarna tutto il “machismo” di un uomo di fronte agli errori commessi da qui all’eternità.
In una registrazione più recente. Frank ha 78 anni. L’arrangiamento, a cura di Don Costa, è identico, le parole e la melodia sono esattamente le stesse: ma questa volta la canzone si trasforma in un “canto di sconfitta” capace di farti sentire il cuore in gola, o di spezzartelo. II cantante ha lasciato tutta la sua tracotanza fuori dalla porta. (Questo cantante, ovvero io, è nella melma fino al collo). Non fa altro che porgere le proprie scuse. A quale scopo? Complessità. Dualismo. Ho avuto la fortuna di poter cantare con un uomo in grado di comprendere il dualismo. che ha avuto il talento di sentire due idee opposte nella stessa canzone, e la saggezza di sapere quale lato rivelare e in quale momento. È questo il nostro momento. Cosa vogliamo ascoltare?
Nel pub, per l’arrivo del nuovo anno, mentre tutta la gente raccolta in questa stanza si unisce in un coro assordante: “I did it my way”, l’ho fatto a modo mio, io e questa caterva di arruffapopoli irlandesi riusciamo a sentire, in questo segnapagine nel canzoniere americano. entrambi i volti della canzone e del cantante, la tracotanza e l’umiltà, gli occhi blu e quelli rossi di pianto.
Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 gennaio (Distributed by The New York Times Syndicate)








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