Home » Band

UXII (Rolling Stone Italia)

Submitted by Jeremy on domenica, 12 aprile 2009No Comment

DALLA CERIMONIA DI INSEDIAMENTO DI OBAMA ALLE STRADE DI DUBLINO, ALLO STUDIO DOVE STAVANO REGISTRANDO IL LORO NUOVO ALBUM (IL DODICESIMO): “RS” HA PASSATO TRE MESI SULLA SCIA DEGLI U2

TESTO Brian Hatt • FOTO Anton Corbijn

0

Dovrebbe essere abbastanza, perfino per Bono. Lincoln dietro di lui, Obama alla sua destra, e una folla di 400.000 persone che si distende dal Washington Monument fino all’orizzonte. Poter citare il famoso discorso “Ho un sogno… ” nel luogo esatto in cui Martin Luther King Jr. l’ha pronunciato la prima volta. «Sì, in effetti, non è stato male», dice Bono al termine della cerimonia di insediamento del neo-presidente, sorridendo e scuotendo la testa. Gli occhi sono nascosti dietro un paio di occhiali da sole arancioni; i capelli raccolti hanno da entrambi i lati una striscia rasata a zero. «Hai visto che folla? Il fatto che io abbia pensato anche solo per un attimo di poter stabilire un contatto con ognuno di loro è la prova definitiva della mia megalomania… ». Purtroppo l’originale progetto (megalomane) di Bono ha funzionato soltanto a metà. Nell’idea di Bono, gli U2 avrebbero dovuto attaccare Pride (In the Name of Love) mentre i mega-schermi rimandavano il discorso del 1963, nel momento preciso in cui Martin Luther King pronunciava le parole: «Grazie a Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!». Ma il team di Obama la pensava diversamente. «Hanno eliminato il discorso la scorsa notte», sospira Bono con ancora indosso gli abiti di scena, inclusa una sciarpa nera con stampata sopra una poesia di Rainer Maria Rilke. «Eravamo fuori con [David] Axelrod, Rahm [Emanuel] e il team di Obama», racconta, «e loro hanno detto che doveva essere una cosa tranquilla. Pensavano fosse presuntuoso. Capisci? Voglio dire: è giusto che siano cauti, ma sarebbe stato bello per la famiglia King, no?». The Edge, insolitamente euforico grazie alla botta di adrenalina, concorda: «Capisco le loro ragioni», dice, «ma non credo di essere d’accordo. Obama è un ragazzo modesto, e sta molto attento a non apparire presuntuoso o sopra le righe». Edge fa una pausa e sorride: gli occhi che brillano. «Tutto il contrario di noi… ».

Appena un paio di settimane prima performance a Washington, gli U2 hanno terminato il dodicesimo album in studio, No Line on the Horizon. Spazioso ed emotivamente toccante, sembra essere il loro miglior disco dai tempi di Achtung Baby. E nonostante si viva in un periodo in cui, puntualizza Bono, «solo le ragazzine e le persone molto, molto oneste pagano la musica», non hanno risparmiato né tempo né denaro per inseguire la loro visione. Il progetto era di uscire con un album all’altezza del loro ruolo di superstar, e per farlo si sono presi davvero tutto il tempo che serviva: più di due anni di registrazioni sparse in giro per il mondo, in Francia, Londra, New York e Dublino. A Fez, in Marocco, hanno partecipato a un festival di musica religiosa e registrato una jam in un cortile all’aperto: in un pezzo si sentono distintamente sullo sfondo degli uccelli che cantano.
Per gli U2, i ‘90 sono stati gli anni della reinvenzione. Prendendo le distanze dall’aperta sincerità del decennio precedente, con Achtung Baby, Zooropa e Pop - per molti di gran lunga l’album meno rappresentativo del gruppo - hanno elaborato un sound sempre più cupo, funky e techno. Il progetto di questo decennio era dunque quello della “redenzione”: la ritrovata capacità di scrittura soul-pop di All That You Can’t Leave Behind e il rock di pancia di How to Dismantle an Atomic Bomb li ha rappacificati tanto con il loro pubblico quanto con la loro storia personale. Rendendoli però, al tempo stesso, molto prudenti. Alla luce di questo, No Line on the Horizon avrebbe potuto essere un disco molto diverso. Ad esempio: nel 2006 gli U2 cominciarono a registrare - con Rick Rubin - un album che sembrava andare in una direzione hard rock decisamente cruda. Non si sa che fine abbiano fatto quelle registrazioni: quel che si sa, è che la band a un certo punto si è sentita pronta ad andare oltre la prudenza.
«Avevamo bisogno di mostrare che eravamo ancora in grado di affrontare dei rischi», spiega il batterista Larry Mullen jr. gironzolando per il piano terra del quartier generale degli U2, un palazzo a più piani di fronte al mare a Dublino. «Gli ultimi due dischi hanno rafforzato l’idea che gli U2 fossero una rock band, e questo ha senso soltanto nella misura in cui tu - dopo - sei disposto a demolire tutto e ricominciare ancora da zero». The Edge si unisce alla conversazione: «Ne ho parlato a lungo con Danny [Lanois, il produttore] prima di iniziare a registrare: credo che il nostro più grande timore fosse quello di non riuscire più a essere innovativi». Quello che hanno fatto, quindi, è stato concentrarsi sull’improvvisazione in studio, lasciando - per la prima volta - che l’esperto team di produttori da loro assemblato, Brian Eno e Daniel Lanois in testa, collaborasse attivamente al processo compositivo, smontando e rimontando in studio, per mesi, ogni più piccolo frammento di canzone e di melodia. «Non lavorano mica come le persone normali!», ha dichiarato Steve Lillywhite, il terzo componente del dream team di produttori, che è arrivato a giochi ormai fatti e come già altre volte (sin dai tempi di Boy, October e War) ha avuto il compito di “portare a casa” il disco finito. «Sono sempre alla ricerca di qualcosa che faccia la differenza. Ogni volta è come se dovessero uscire matti, ma alla fine ce la fanno sempre».
Gli U2 hanno consegnato l’album alla loro casa discografica appena prima di Natale, per poi riprenderselo indietro all’ultimo minuto. Avevano deciso di aprire il disco con il pezzo più sperimentale, FEZ-Being Born, ma un minuto dopo aver consegnato i master ci hanno ripensato e hanno optato invece per la più orecchiabile No Line on the Horizon, il che ha significato riordinare tutte le canzoni da zero… «Ho fatto un paio di conti: c’erano qualcosa come 40 milioni di possibili combinazioni», racconta The Edge, che condivide con gli altri U2 una vera passione per l’ormai dimenticata arte della “scaletta” dei pezzi in un album. «Per noi non era soltanto questione di uscire con un disco che avesse un senso, ovvero un inizio, un centro e una fine», aggiunge. «In gioco, in realtà, c’era la sopravvivenza dell’idea stessa di “album” come una forma d’arte sacra».
Con Pop, gli U2 sentirono di aver pubblicato un album prima che fosse davvero finito, e stavolta avevano bisogno di essere sicuri che non fosse così. «Se ci pensi», dice Bono, «noi siamo come dei venditori porta a porta di canzoni. E io sono un buon venditore solo se credo nel valore di quello che vendo. In più faccio davvero fatica a lasciare la mia famiglia, perché la mia casa è piena di risate e canzoni e bambini. Quindi - se esco di casa per andare a vendere canzoni - devono come minimo essere qualcosa di davvero speciale, no?». Fa una pausa, e la sua voce assume un tono più caldo. «E poi, c’è l’aspetto più serio della questione. Cioè la paura che questa possa essere la volta in cui il tuo aereo inizia a perdere quota. Ti assicuro che è dura sentirsi sempre in competizione con i migliori talenti del mondo della musica. Però è anche affascinante. Come quando ti dici: “Ok, loro sono straordinari, ma… anch’io posso essere ancora straordinario come loro!”. E ti rendi conto che sei ancora vivo, che niente può fermarti».

Sul palco dei Grammy, gli U2 stanno finendo la loro prima esecuzione live del singolo dal nuovo album, Get on Your Boots, quando Bono fa una cosa che non faceva da anni: si toglie gli occhiali. E sotto… Ehi, ma quello è eye-liner? «Penso di essere molto sexy con il trucco sugli occhi», scherza Bono quattro giorni più tardi, ridendo. Il look, spiega, voleva essere più Elvis che emo. E a quanto pare si è trattato della prima apparizione pubblica di un nuovo personaggio al quale Bono sta lavorando, sul tipo del “The Fly” vestito di pelle del tour Zoo TV, e del diavolo cornuto “MacPhisto”. I commenti su Internet lasciano però intendere che l’unica cosa che confonde il pubblico più della vista di un Bono versione glam, è il brano che sta cantando. Pochi sembrano entusiasti di una canzone che mischia un riff alla Led Zeppelin, ritmi elettronici e un testo che parla di stivali sexy. Il singolo non è stato il successo commerciale immediato che la band sperava, e Bono concede qualche dubbio. «Per un attimo, anch’io mi sono disamorato del motivo», dice. «Poi i Grammy mi hanno fatto cambiare idea. Mi sono davvero divertito a cantarla. Ci metterà un po’ di più a sfondare: pazienza. Almeno non è stata una scelta banale: Get on Your Boots è tutto meno che una canzone scontata. È allusiva, affascinante, sexy, giocosa… E poi è una sincera canzone d’amore. Basterebbe questo a renderla bellissima».

22

Nel seminterrato degli Olympic Studios, armato solo di un MacBook e di una tastiera, Brian Eno sta portando avanti - tutto solo - una rivolta destinata a fallire. Gli U2 hanno chiuso le registrazioni di No Line on the Horizon, la scaletta dei pezzi è stata finalmente ultimata, ma Eno sta ancora insistendo perché la band riprenda in considerazione un paio di canzoni, tristi e atmosferiche, che sono state abbandonate molto tempo prima. Quella che sembra stargli particolarmente a cuore Winter, che, in effetti, non somiglia a nessun’altra canzone che gli U2 abbiano mai inciso prima. Inizia con un arpeggio pizzicato di chitarra acustica su cui entra un coro in falsetto, e appena Bono inizia a cantare le parole “summer sings in me no more” (Testate no canta più dentro di me…”), ecco arrivare in tutta la sua drammaticità una sezione d’archi sintetici suonati da Eno. «È bellissima, vero? Sono pazzi a rinunciarci», dice Eno con vera tristezza, mentre il brano chiude in una coda di archi radicalmente dissonante.
Ben prima che Obama ci pensasse, gli U2 già avevano abbracciato - applicandola ai loro tre produttori l’’idea di Abraham Lincoln di un team di collaboratori in competizione tra loro. «Il lavoro di Brian consiste in pratica nel prendere ogni cosa e poi distruggerla», spiega Steve Lillywhite. «Credo di essere arrivato durante la fase distruttiva, ho ascoltato quello che aveva fatto e quello che c’era prima, e ho cercato di trovare un compromesso, riportando tutto indietro, a un punto dove fosse idealmente possibile ten re insieme le esigenze dell’arte e quelle del commercio». «La tensione è importante per il processo» aggiunge The Edge.
Brian Eno, una delle forze creative più influenti negli ultimi 30 anni della storia del rock - dai Roxy Music ai suoi album solisti sperimentali, dal Bowie di Berlin a Viva la Vida dei Coldplay - è calvo, cattedratico e incredibilmente geniale, e ha un paio di occhiali di Prada attaccati a un cordino legato attorno al collo. «Ok, è troppo lunga, ha bisogno di essere ancora sistemata», ammette, parlando di Winter. «Ma, già lo so: non le dedicheranno del tempo. Hanno passato mesi a lavorare a quelli che dovrebbero essere i singoli per la radio. Mesi! E questa invece… suonata e messa da parte. Bah». La presenza di Eno permea comunque tutto l’album: i suoni futuristici del sintetizzatore sono quasi tutti suoi, e molte delle canzoni sono nate proprio dai loop atmosferici che Eno elaborava sul suo laptop. «Ci senti la sua mano in quella specie di delirio krautrock che è la title-track del disco», fa notare Clayton. «Quello è puro Brian Eno».
Sia Eno che Lanois hanno scelto come loro brano preferito l’ipnotica Moment of Surrender - più di sette minuti di durata - perché è quella che meglio rispecchia la concezione originale dell’album. La canzone è nata da ciò che la band e i suoi produttori definiscono come un piccolo miracolo: un giorno, tutti insieme, ne hanno improvvisato l’intera struttura da zero, tutta in una volta. Quella che si ascolta nell’album è appunto la registrazione originale, inclusa una linea di basso non del tutto a fuoco (Adam Clayton ha iniziato imitando il basso in Mite Lines di Grandmaster Flash, lasciandolo poi a metà per passare a un’altra idea) e delle disomogenee percussioni di Mullen, che in quel momento stava suonando una batteria elettronica mezza rovinata. Eno si è battuto a lungo perché la band non ci mettesse troppo le mani sopra. «Questi fottuti stronzi», dice con un sorriso, «pensano di essere così spirituali, ma non distinguo no un miracolo nemmeno quando gli viene sbattuto in faccia. In studio non mi è mai successo niente di simile in tutta la mia vita!».

La libreria iTunes di Eno - contenente quelle che a occhio sembrano centinaia di canzoni scartate - è il sogno di tutti i superfan degli U2. Cliccando su alcuni dei titoli, Eno mi illustra in concreto il processo che ha portato a un singolo potente come Stand Up Comedy: la prima versione è costruita su una
partitura di mandolini dal sapore vagamente mediorientale sulla quale Bono canta: “We don’t know what the future’s gonna bring”. La seconda, invece, rispetto alla prima ha in più un riff che ricorda molto You Really Got Me dei Kinks, e un ritornello che ruota attorno alle parole “for your love” (troppo simile agli Yardbirds però: eliminato!).
Poi cambia ancora: nuovo riff, nuova melodia e un ritornello che della versione precedente mantiene solamente le parole “for your love”. Mentre la stiamo ascoltando, al piano di sopra Bono e Lillywhite ci stanno ancora lavorando.
Eno evita abilmente la domanda su quali siano - e in particolare, se siano artistiche o commerciali - le motivazioni che determinano la scelta di una versione piuttosto che un’altra. «Questo dovresti chiederlo alla band», risponde. Viene fuori che Bono ha delle idee molto precise al riguardo. «Tutti noi siamo cresciuti con i 45 giri rock&roll», dice. «È il 45 giri - in un’ottica evoluzionistica che Brian dovrebbe apprezzare, ma invece non apprezza - è il picco darwiniano della specie. È di gran lunga la cosa più difficile da tirare fuori da un disco, ed è la vera forza vitale del rock&roll, che si tratti di Sex Pistols, Nirvana, Pixies, Beatles, Who o Rolling Stones: vitalità, sintesi e tempismo. Quando la musica rock si scorda del 45 giri, immediatamente comincia a tendere verso il rock progressivo, che è come una muffa che cresce sulle ceneri dei vecchi artisti che hanno esaurito le idee. Certo: anche in noi c’è un lato pinkfloydiano che talvolta smania per venire fuori, ma stiamo attenti a bilanciarlo con il resto. Odio il fatto che rock&roll e indie abbiano lasciato il monopolio dei singoli a r&b e hip hop. Ecco perché amo gli album di Kings of Leon e The Killers». Poi Bono torna a parlare del suo amico Eno. «Quello che lui cerca, quando ascolta un pezzo, è una qualche forma di unicità. Ed è assolutamente incapace di azzeccare le hit: scommetto che ha detto ai Coldplay di lasciar fuori Viva la Vida dall’album! Brian sarebbe capace di ascoltare (I Can’t Get No) Satisfaction e dire agli Stones: “Mi piace questa canzone, ma non si può fare a meno della parte con la chitarra? Sai, quella che fa dan-dan, danna-dan?”».

31

Bono gira l’angolo in una stretta strada di Dublino. Gli stivali scricchiolano sui vecchi ciottoli, e un cappotto a doppiopetto si agita nella brezza di gennaio. L’unica altra presenza viva nella strada è uno stormo di grassi piccioni, che si alza in volo per farlo passare. Per qualche ragione, Bono allunga il braccio e cerca di toccarne uno.«Quando vedono il mio naso, mi riconoscono come uno di loro», dice con una risata. Il suo entusiasmo e il suo carisma sono tali che diventa impossibile non ridere con lui, anche se non capisci la battuta. E in ritardo per il suo prossimo appuntamento, il che non è del tutto strano in una vita così incredibilmente piena di impegni: divo rock; sostegno globale dei poveri in Africa; businessman a livello multinazionale; uomo di casa. Dovevamo vederci per pranzo, ma lui è arrivato - appunto - in ritardo. «Mia moglie è fuori città, e sono dovuto andare a prendere i bambini a scuola», si scusa, gentilmente. E a proposito del suo stakanovismo dice: «Sono schiavo delle buone idee. Se ne vedo una, o se me ne viene in mente una, mi sento in dovere di seguirla fino in fondo. È una cosa quasi patologica, lo so. Forse dovrei farmi vedere da un dottore». Patologico o no, di certo Bono è in continua ebollizione. Questa è la sua città, e queste sono le sue strade. La cerimonia di insediamento di Obama è imminente, e lui è ottimista riguardo al futuro, anche se è preoccupato come chiunque altro della crisi finanziaria globale che sta investendo l’Irlanda. «È un problema molto serio», ammette. «Nel mio lavoro come attivista, mi accorgo quanto sia difficile far mantenere le promesse che la gente fa ai poveri del mondo in tempi buoni. Immagina quanto possa essere difficile ora».
Intervistare Bono è come portar fuori un husky per una passeggiata: puoi solamente suggerire una direzione, e poi non mollare per niente al mondo il guinzaglio. In un pranzo di un’ora e mezza in uno dei suoi ristoranti preferiti a Dublino, l’Eden, Bono è ripetutamente partito per tangenti strane e imprevedibili. Fra un morso e l’altro al suo petto di pollo - e leccate alle dita sporche di salsa - mi racconta i progetti degli U2 per il prossimo paio d’anni. «Abbiamo iniziato bene questo decennio, e penso che lo concluderemo persino meglio», dice, seduto su una poltroncina bianca, a un tavolo bianco, in un ristorante completamente vuoto (in realtà, pare l’abbiano sgombrato appositamente per il nostro incontro). «Non sarebbe bello se, dopo tutti questi anni, gli U2 avessero il loro vero apogeo? Per un pittore o un regista non sarebbe affatto strano». I progetti degli U2 cominciano con una tournée negli stadi, che includerà anche le loro prime date negli Stati Uniti dai tempi del PopMart Tour. Sperano di riuscire a tenere bassi i prezzi dei biglietti, in modo che siano abbordabili anche per i giovani fan che hanno raccolto in questo ultimo decennio. «Non sai mai per quanto tempo ancora potrai fare questo lavoro. L’altro giorno ci siamo messi tutti quanti seduti a discutere di alcuni problemi legati al tour, in particolare riguardo al fatto che nessuno vorrebbe allontanarsi dalla propria famiglia. Ho semplicemente detto: “Abbiamo l’incredibile e rara opportunità di far parte di questa band e di poter suonare a questo livello. Nessuno di noi sa cosa c’è dietro l’angolo, non sappiamo se saremo pronti ad affrontarlo o se il pubblico avrà voglia di affrontarlo insieme a noi. Dovrebbe bastare questo a fare sì che ogni singola notte sia la notte più bella della nostra vita. Se non è così, allora siamo anche peggio di quelle band di dinosauri degli anni 70 che pensavano, per il solo fatto di degnarsi ancora di salire su un palco, che la gente dovesse ritenersi fortunata di essere al loro cospetto”».
Il secondo progetto degli U2 per i mesi a venire è un album gemello di No Line on the Horizon. Bono sa già il titolo - Songs of Ascent - e pure il primo singolo, un anthem impetuoso e appassionato dal titolo Every Breaking Wave, che ancora fino ai primi di dicembre sembrava dovesse entrare dentro No Line on the Horizon. Sotto molti punti di vista, Songs of Ascent è quell’album fantasma al quale Eno stava lavorando nel seminterrato. «Sarà un disco di quelli che arrivano dritti al cuore. Un album ponderato, riflessivo, ma non indulgente», spiega. «Avrà un mood limpido, tipo Kind of Blue. Oppure A Love Supreme: sono tutti e due punti di riferimento adatti per descriverlo. E il tipo di album che entra a far parte della vita delle persone, che ti fa dire: “Quasi quasi mi levo le scarpe e mi siedo ad ascoltarlo”».
Ma il più vicino degli impegni in agenda per gli U2 è Spiderman. Negli ultimi anni, The Edge e Bono hanno scritto 20 canzoni per un musical che parla del supereroe, il che potrebbe non essere così folle come sembra: se Stan Lee non avesse già scritto la frase “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, Bono probabilmente l’avrebbe infilata da qualche parte dentro The Unforgettable Fire. «Peter Parker è un nerd che trova un modo per reinventare se stesso», sostiene The Edge. «E questa è più o meno la storia di tutte le rockstar, in qualche modo». Provvisoriamente intitolato Turn up the Dark, il musical su Spiderman andrà probabilmente in scena a Broadway il prossimo anno. Julie Taymor, che ha lavorato con Bono al musical sui Beatles Across the Universe, curerà la regia, e Evan Rachel Wood reciterà nella parte di Mary Jane Watson. Ma la vera speranza di Bono è di riuscire a convincere Mullen e Clayton a pubblicarlo come un vero album degli U2. «Se lo facciamo uscire, sarà il nostro più grande successo di sempre, perché contiene alcune delle canzoni più pop che abbia mai scritto», è convinto Bono. «Potrebbe essere il nostro Tommy. Potremmo avere un sacco di guest star e tutto il resto». Mi dà un passaggio fino al quartier generale degli U2 nella sua splendente Maserati Quattroporte alimentata a etanolo. Poi dice: «Esclusiva mondiale!», e infila un cd nello stereo della macchina. La prima canzone si intitola Boy Falls from the Sky e la canta la star di Across the Universe, Jim Sturgess, che avrà il ruolo di Peter Parker. Sembra in tutto e per tutto una classica hit degli U2, specie quando Bono in macchina inizia a cantarci sopra “I used to use a single thread to cross the sky”… «Fantastico, no?», grida, mentre la canzone finisce e parte una serie di pezzi corali e operistici, cui fa seguito un malinconico duetto tra Evan Rachel Wood e Jim Sturgess. Quando l’assistente di Bono lo chiama sul suo cellulare, lui taglia corto dicendogli: «Siamo nel bel mezzo di un’opera lirica, qui!».

41

Tutto sembra perfetto, non fosse per un unico problema: Larry Mullen Jr. «E vero, non sono convinto», ammette Mullen. E tutto vestito di nero, ancora magro e bello come ai tempi di Rattle and Hum, e ancora in grado di emanare una spavalderia da maschio alfa anche mentre è seduto su un divano rosso e morbido. «Penso sia soprattutto un progetto di Bono e The Edge, e penso anche che sia molto valido e davvero buono. Ma io non avrei scelto Spider-Man per il mio debutto teatrale. Mi sarebbe piaciuto lavorare a qualcosa di un po’ più, sai, anticonformisti». Mullen non può fare a meno di ghignare quando sente che Bono ha paragonato Turn up the Dark a Tommy. «Certo», dice. Poi solleva le mani con i palmi all’insù, come se stesse soppesando due oggetti. «Spiderman e… Tommy?!?». Dopo questa discussione, ha sviluppato una teoria a proposito dell’attivismo lo fa perché è molto più semplice con Presidente degli Stati Uniti a donare 15 m dollari all’Africa che persuadere Larry a fare qualcosa in cui non crede…
Anche altre rockstar trovano sovrumana l’energia di Bono. «Lui può camminare nello spazio senza il casco!», mi ha detto una volta Eddie Vedder. Ma la verità è che tutto questo logora Bono. «Finirò per andare fuori di testa, con tutti gli impegni che ho», mi confessa una notte di metà febbraio. Un esempio significativo: mi chiama dalla macchina, che è parcheggiata fuori dalla scuola di sua figlia Eve, a Dublino. Avevamo appuntamento per parlare, quasi 12 ore prima. «Penso che finirò per le otto», si scusa in un modo affannoso che suona quasi comico. Bono si preoccupa di perdere pezzi di sé nel caos della sua vita. Non a caso, i testi di No Line on the Horizon sono pieni di personaggi che hanno in parte smarrito se stessi, e hanno un bisogno disperato di una crescita spirituale. «Questo album si sarebbe potuto chiamare The Pilgrim and His Lack of Progress (”Il pellegrino e la sua mancanza di progressi”)», spiega Bono. «Tutte le canzoni parlano di gente che lotta per rimanere fedele ai propri valori, o che smania per comprendere le proprie potenzialità. E senza voler sembrare presuntuoso, credo che nel cuore degli U2 ci sia la convinzione che i problemi che affrontiamo nel mondo, iniziano e finiscono con lo spirito umano. I più grandi ostacoli alla realizzazione dei progetti delle persone sono di natura spirituale. E qui sto parlando per me».

The Edge e Bono sono agli Olympic Studios chiusi in una stanza a discutere. Stanno decidendo fra due testi del tutto differenti da abbinare a un brano intitolato Breathe, che finirà per essere uno dei migliori pezzi di No Line on the Horizon. Una versione parla di Nelson Mandela, l’altra è molto più personale e surreale (alla fine sarà il povero Mandela ad avere la peggio). The Edge ha molta più influenza sulle canzoni di quanto uno potrebbe aspettarsi. «Sono una specie di critico, redattore e revisore», dice. «Bono diventa più creativo quando ha qualcuno accanto con cui palleggiarsi le idee». A suo modo Edge è tanto intenso quanto Bono: il suo sguardo è caldo, ma così penetrante che dà l’impressione che debba essere lui (e non Bono) quello che indossa gli occhiali da sole dentro casa. Ma in contrapposizione all’esuberante Bono, lui è riservato e riesce a mantenere quella che sembra una calma quasi innaturale. Poco dopo l’uscita di How to Dismantle An Atomic Bomb, un membro della famiglia di Edge si è gravemente ammalato: la band preferisce non entrare nei dettagli. Alla fine tutto si è risolto, ma l’esperienza pare sia stata terribile. «La maggior parte delle persone sa che Edge ha attraversato un periodo davvero traumatico», spiega Bono. «E, detto in maniera molto semplice, quello è il genere di cose che ti fa mettere in secondo piano tutto ciò che non è realmente importante. In quel momento Edge aveva bisogno degli U2 tanto quanto la più disperata delle persone che abbia mai messo piede a uno dei nostri concerti. Non posso aggiungere altro».
Il che ci porta al nuovo album. Moment of Surrender, la traccia più lunga e più coinvolgente del disco, racconta la storia di un’anima profondamente persa. Il titolo prende in prestito un termine degli Alcolisti Anonimi, e indica il momento in cui l’alcolizzato ammette la sua impotenza di fronte alla propria dipendenza. «Il personaggio della canzone è un eroinomane», racconta Bono, che già ha affrontato l’argomento in Bad (da The Unforgettable Fire, del 1984). Anche un’altra canzone - Unknown Caller, che parla fondamentalmente del sentire la voce di Dio - sembra raccontata dal punto di vista di un tossico, forse lo stesso. «Conosco molte persone, non ultimo il bassista della mia band», spiega Bono, «che hanno dovuto affrontare i loro demoni. Forse c’è una parte di me che pensa: “Wow, ci sono andato vicino!” Ho anch’io la mia vena selvaggia, e so perfettamente con quanta facilità io perda le staffe. Sai: se vado in chiesa non è solo perché mi piace l’architettura religiosa…».
In Moment of Surrender, c’è una frase particolarmente vicina al cuore di Bono: (”la visione oltre il visibile”). Non era mai riuscito a trovargli un posto all’interno di una canzone. «E un pensiero che mi sono gelosamente portato dietro negli anni», spiega. «Indica il momento in cui vedi il posto, ma non vedi ancora il modo per raggiungerlo». O per dirla diversamente, è la tenacia di guardare oltre il mondo che vedi, per cercare il mondo che vorresti: un’attitudine che ha profondamente caratterizzato la vita di Bono, specialmente negli ultimi anni. «Non sono tipo da tatuaggi», conclude, «ma se ne avessi uno, sarebbe quello. Elvis aveva “Taking care of business”, io avrei “Vision over visibility”. Sì, proprio così». ®

11

Leave a Reply